Perché la comunità scientifica dovrebbe ribellarsi all’Ipcc

I fatti di cronaca si stanno addensando e dopo le prime avvisaglie del Climategate e del conflitto di interessi (vero o presunto) del presidente dell’Ipcc, per il panel delle Nazioni Unite che si occupa di clima si sono spenti i riflettori della gloria e si sono accesi quelli della critica. Da qualche caso isolato, con cui comunque siamo giunti a conoscenza di parecchi fatti non proprio edificanti, ora siamo all’assalto alla diligenza e l’austera solidità del movimento del clima che cambia trema sin dalle fondamenta. di Guido Guidi Leggi Un clima più onesto
19 AGO 20
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Tutto ciò non ha nulla a che fare col processo scientifico, ovvero con l’enorme mole di lavoro che la comunità scientifica ha svolto e svolge spesso in condizioni difficili e con scarsissime risorse a disposizione per accrescere il nostro livello di conoscenza delle dinamiche del clima passate, presenti e future; piuttosto si tratta dell’uso distorto che delle risultanze di queste indagini è stato fatto, trasformando la voglia di sapere e la necessità di informare per facilitare il processo di policy making in una fucina del pensiero unico, atto a promuovere scopi ideologici che, legittimi o no, non hanno niente in comune con l’indagine scientifica. L’Ipcc nasce in seno alle Nazioni Unite come struttura che raccolga e riassuma le conoscenze scientifiche in materia di clima, con un focus particolare sull’eventuale influenza delle attività umane sulla sua evoluzione. La regola numero uno, tra le mille e spesso incomprensibili dinamiche burocratiche che caratterizzano le attività delle organizzazioni sovranazionali è imprescindibile: tutte le ricerche di cui il panel può e deve avvalersi per comporre i suoi rapporti devono essere sottoposte al meccanismo di revisione paritaria, ovvero devono essere validate all’interno della comunità scientifica con un procedimento estremamente rigido, atto ad assicurarne la conformità al metodo scientifico stesso.
I pilastri di questa metodologia sono essenzialmente due: 1) le informazioni e i dati impiegati per le proprie indagini devono essere messi a disposizione di chi effettua la revisione o comunque li voglia esaminare e, 2) ogni procedimento d’indagine deve essere ripetibile. Di questa regola l’Ipcc ha fatto la propria bandiera, basandovi tutta l’autorevolezza delle proprie pubblicazioni. Spesso, proprio l’assenza (o presunta tale) di un adeguato processo di revisione è stata all’origine dell’esclusione dai report del panel di lavori in palese contrasto con il consenso scientifico. Un mainstream orientato nella direzione delle origini quasi esclusivamente antropiche del riscaldamento globale. Altrettanto spesso, ma soprattutto in tempi recenti e con il dilagare del Climategate, si è capito che lo stesso sistema di revisione paritaria posto in essere in occasione della pubblicazione dei suoi rapporti, poteva essere stato inquinato o addirittura piegato a interessi più di parte che sopra le parti. Ma questo non è il problema. Oggi quello che sta emergendo è che l’Ipcc ha derogato a questa regola moltissime volte, con particolare riferimento ad alcuni dei punti chiave del dibattito sulle origini del cambiamento climatico e dell’impatto di questo sulla nostra società.
L’esempio più recente è quello che riguarda lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya e la conseguente problematica dell’approvvigionamento idrico per quella vastissima zona del mondo. Una fonte “autorevole” che si è rivelata una chiacchiera da bar anche riportata male, fatta propria dal Wwf in una pubblicazione e quindi sdoganata per l’inserimento nel quarto rapporto dell’Ipcc e un uso parziale delle fonti disponibili hanno generato un messaggio incompleto e fuorviante, per non dire volutamente condizionante. A una prima veloce analisi fatta sulla Rete, si scopre che il ricorso a fonti non scientifiche è stato in molti casi una regola, non un incidente e tantomeno un’eccezione, come invece dichiarato dai vertici del panel pochi giorni fa. In particolare è stato frequente il ricorso a pubblicazioni del Wwf. Nulla contro la potente e impegnata organizzazione ambientalista, ma è un fatto che essa non produca ricerca, ma opinioni che, piacciano o no, non sono valutazioni scaturite da ricerche ove sia stato accertato il rispetto del procedimento scientifico. Ora, cos’è che muove i soldi, garantisce le risorse e orienta le decisioni politiche a procurare sempre maggiori quantità degli uni e delle altre, contribuendo ad accrescere l’influenza di organismi quali l’Ipcc o il Wwf e dei loro dirigenti? Le notizie eclatanti, i titoli sui giornali, gli annunci di disastri imminenti.
Non importa a nessuno che sia stato rispettato il metodo scientifico per misurare le dimensioni delle pecore di un’isoletta scozzese, quel che conta è che non sia stato applicato per dire che un terzo del mondo morirà di sete se non si corre ai ripari. Nell’apprendere che le cose potrebbero essere andate così, sotto quale luce dovrebbe essere visto il lavoro del panel? Questi signori, che potremmo definire troppo zelanti, ma che più probabilmente hanno agito all’umana maniera alla ricerca del potere, non si rendono conto del danno che potrebbero aver fatto? Chi dovrebbe avercela con loro non sono gli scettici, altra parte in causa che a volte non ha brillato quanto a ricerca di personale o lobbystico tornaconto, né i cittadini, perché in fondo la possibilità di essere informati in modo equilibrato c’è sempre stata. E’ la comunità scientifica che deve ribellarsi, rigettare questo metodo assurdo basato sul consenso, un vocabolo sconosciuto al processo scientifico e basato sulle scelte a maggioranza di un bureau di rappresentanti scientifici con agende colme di impegni politici. E’ questa comunità ad aver perso credibilità.
Finché a qualcuno è convenuto sostenere le traballanti posizioni della teoria del riscaldamento globale antropogenico, il movimento ne ha tratto grande giovamento; quando la convenienza è venuta meno – leggi negoziati di Copenaghen – l’acqua sporca è stata buttata via. E grazie agli eccessi di zelo di cui sopra ora rischia di essere buttato via anche il bambino, con buona pace delle reali problematiche ambientali che con il clima non hanno nulla a che vedere ma alle quali qualcuno, lasciando che fossero ad esso collegate, ha fatto più male che bene.
di Guido Guidi, Meteorologo dell’Aeronautica militare e autore del blog climatemonitor.it